domenica 2 dicembre 2012

2. dicembre

L'anno scorso ho aperto le danze con una foto, di cui mi compiaccio tutt'ora, con lo stesso soggetto di quella di oggi: quel figo di un fotomodello che è il mio amico a quattro zampe. La citazione era di Baricco e il succo era che amare è qualcosa che ha a che vedere con l'aspettare. E ci risiamo. Di acqua sotto i ponti ne è passata, non poca, e forse è vero: amare ha effettivamente qualcosa a che vedere con l'aspettare. Ma non solo. Forse ha qualcosa a che vedere anche col giocare a palla. Aggiungo, e non è un salto di palo in frasca, che oggi mi ha fatto piacere tornare al consueto concerto della prima domenica di dicembre: se suonare ha qualcosa a che vedere con amare, allora ha anche qualcosa a che vedere col giocare a palla. E con un certo allenatore e un certo team, una parola è troppa e due sono poche. Ultima cosa: probabilmente ci rivedremo su questi schermi solo il weekend prossimo. Cogliete la palla al balzo.


« Quando si gioca a palla le mosse di chi riceve devono essere in sintonia con quelle di chi lancia: così in un discorso c'è sintonia tra chi parla e chi ascolta se entrambi sono attenti ai propri doveri. »

(Plutarco, 46/48 d.C. - 125/127 d.C)

sabato 1 dicembre 2012

Porticine a vento

« Capiva solo che nulla è più forte di quell'istinto a tornare dove ci hanno spezzato, e a replicare quell'istante per anni. Solo pensando che chi ci ha salvati una volta lo possa poi fare per sempre. In un lungo inferno identico a quello da cui veniamo. Ma d'improvviso clemente. E senza sangue. »

(Alessandro Baricco, 1958*)

Stamattina è tornato dicembre. Di rami spogli, freddo pungente e ancora qualche frutto fluorescente. È tornato a far invecchiare le montagne e a schiarire le idee. È tornato a farci ripiombare tra lucine e bocce e ingrassare di almeno tre chili. È tornato perché possiamo, come ogni anno, togliere i canditi dalle fette di panettone prima di mangiarlo. Non arriveremo a Natale, quest'anno, dicono. Chi per una ragione, chi per un'altra. Per quanto mi riguarda ho l'impressione che dicembre passerà. Così com'è tornato. Raccoglierà canti e decorazioni, i regali che non ci piaceranno, scartati con cura, perché prima o poi, la carta dell'anno scorso, la useremo di sicuro. E si ubriacherà in una notte senza stelle che sarà difficile da mandare giù. O forse due. Intanto dicembre è attesa. Attesa non si sa bene di cosa, ma dicono che è sempre bene avere qualcosa da aspettare. Aspettare: l'avvento dell'evento.
E allora: non so come andrà finire e non so con che regolarità. Non so come scavalcheremo le difficoltà tecniche e non solo quelle, ma provare non è mai costato niente. Quindi, se non lo avete già, procuratevi qualcosa da smettere di aspettare. Sì, avete capito bene. Smettete di aspettare. Scegliamo una cosa e andiamole incontro, insieme. Oggi, con dicembre, tornano le porticine e il vento che le attraversa fischiando. E, se lo vorrete, quando sarò lontana da maniglie e serrature, o quando avrò perso le chiavi, bussate (potete farlo qui, come ogni anno, o privatamente se preferite) dal vostro lato, con il vostro passo avanti, la vostra foto, la vostra citazione, o anche solamente con il vostro sguardo: non tarderò ad aprire. 




« It matters not how strait the gate,
how charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul
. »

(William Ernest Henley, 1849-1903)

giovedì 29 novembre 2012

La terza freccia cercala

La mattina del 29 novembre 1864, il terzo reggimento dei volontari del Colorado varca le soglie dell'accampamento Cheyenne e Arapaho sulle sponde del fiume Sand Creek. Quello che successe prima e dopo pensiamo di saperlo, ma aprendo qualche libro potrebbe non rivelarsi del tutto esatto. La terza freccia, aiutatemi a cercarla.

A ignoranza dichiarata, però, un paio di cose da dire le ho anche stasera. Uno; inutili sotto qualsiasi risvolto, gli spari e le grida, inutili i morti e i feriti. Inutile il silenzio al gusto del ferro, dove finisce quell'azzurro da togliere il fiato e si guarda lontano. Inutile ieri come oggi. E, datemi retta, anche domani lo sarà. Due; Fiume Sand Creek (1981), Fabrizio De André (1940-1999). Penna pesante su musica leggera. Certe storie sembrano fiabe. Quegli occhi turchini e quei vent'anni (che poi venti non erano), a sfidare il cielo di prima, mi hanno sempre fatto paura. Quegli occhi scuri e quei cinquantadue anni (e un giorno) in più mi hanno sempre fatto strada.


Tre; (sopravvissuti)

Quattro; ripetimi ancora che è solo un sogno.



lunedì 19 novembre 2012

Prezzo intero

Noi non siamo in saldo, né oggi, né mai.  C'è un solo muso lungo che migliora le giornate. Ciao Pi, il lunedì è il giorno peggiore della settimana, ma venerdì torno, vedrai; non stancarti di aspettarmi così come fai.


« It's a long long night,
it's a long long time,
it's a long long road. »

(Modena City Ramblers)

domenica 11 novembre 2012

CLICK, CLICK, CLICK!

Il  vecchio post "Click click click" ha subito le ire della tecnologia. Per cui, a concorso terminato, vi ripropongo le due foto finaliste. La mia (la prima) e quella di Giada Total (la seguente), intitolata The same attitude in a different reality. Si trattava di un concorso indetto da SpazioReale: scattare una fotografia raffigurante un cartellone pubblicitario della mostra Il resto della vita incontrato per caso sul nostro cammino. Quando l'ho incontrato io, pioveva. Ringrazio tutti coloro che hanno votato la mia foto; questa si che è stata una gran bella mossa pubblicitaria! Siete stati favolosi. Grazie Enrico (mitico), grazie Nica, grazie Fra'. Il tempo e i km non li conosciamo neppure.
Spero che almeno un quarto dei "mi piace" si trasformi davvero in sguardi curiosi, verso le nuove iniziative di questo già diventato un po' "nostro" neonato spazio... reale.




sabato 10 novembre 2012

Roberto



« Eccomi qui! Guardami bene.. Guardami, lago! Sto come stai tu. Sono come sei tu: ho una profondità che non si vede, onde sulla faccia e pesci scuri nella testa. Ho striature negli occhi, che segnano temporale.
Sto come stai tu! Faccio come fai tu!









Trasformo le ore in qualcos'altro, agito chi mi percorre, spruzzo chi si avvicina.. e trattengo per sempre chi sprofonda dentro di me. Non ho perso niente di quello che mi hai dato. Non ho dimenticato nulla di quello che mi hai detto. »

(Davide Van De Sfroos, 1965*)