È solo una volta fuori, questa volta da Paris en Liberté che, di colpo, si viene catapultati in un altro tempo, in un altro luogo; nei vestiti e nei pensieri, nello sguardo (tenerezza, ironia, denuncia) di qualcun altro. Con in mano una macchina fotografica che non è più la tua. E finisci col crederci davvero.
« Les merveilles des tous les jours sont excitants. »
Ci sono cose che, quando nasci, sono già lì ad aspettarti. Un nome, un cognome. Edifici, città, fiumi, strade. Genitori, fratelli. Sono cose che non puoi scegliere. Alcune sono scelte per te da qualcuno che, si presume, ti vuole bene, altre sono dettate dal caso, dal "per forza di cose". A questa categoria di cose appartengono quelle di cui non ti libererai tanto facilmente o non ti libererai per niente. La stragrande maggioranza di esse condizionerà per sempre il tuo mondo, il tuo modo.
Nella mia "questa categoria di cose" spiccano con prepotenza due compagni di avventura insostituibili e invidiabili, e. Insieme a loro l'immancabile Cameramonk. Senza dover rovistare poi troppo tra il resto mi viene a mano il Cabaret. Sì, il nostro cabaret: intendo quello della Svizzera Italiana.
Quando li ho conosciuti io, a dirigere il traffico c'era (sempre) l'Agostinetti e a far musica Zeno Pianola&band. Lo spettacolo era "A san pò pü", quello del 1994. I pipistrelli erano Angelo, Ezio, Stefan e Franco. Gli attori erano il Paolino e'l Candid che però sarebbe stato parte integrante del Cabaret ancora solamente quell'anno, prima di lasciare spazio al Gibi e alla Giovanna da Rorè. Avete capito? La Giovanna da Rorè, la prima donna a far parte del Cabaret porta il mio stesso nome. Gaudium Magnum, all'alba dei miei quattro anni, finalmente, un barlume di speranza si accendeva: forse, prima o poi, avrei potuto farne parte anche io!
Il mio preferito (tra i preferiti) era lo Stefan, che vestiva - ironia della sorte - i panni del pipistrello giallo. Perché? Pelle: amore a prima vista. Le voci non permettono paragoni, ognuna particolare a suo modo, ma come lui non si muoveva nessuno. Dall'inizio alla fine dello spettacolo, fermo non stava mai, fino a quando una gamba non gli ha giocato un brutto tiro. Dal vivo all'azione non l'ho mai visto, perché mi sono convinta ad accettare l'offerta di presenziare in teatro solo a partire dal 2002: prima, la paura dei "pipistrelli", era troppo forte. Ad ogni modo, proprio quell'anno, Stefan cede la sua bombetta a un volto nuovo che aspettavamo di vedere con somma diffidenza. Il cabaret, nel nostro immaginario, o almeno nel mio, non poteva rimanere e non sarebbe rimasto lo stesso.
Com'è piccolo il mondo, com'è strana la vita, mi ritroverò poi dopo qualche anno a seguire i corsi di ubbidienza in cinofila (dal severo Mattia) con Tobia e il suo padrone, un uomo magro in tuta blu, dai capelli e barba bianchi, dalla mimica inconfondibile e dall'aria familiare. E com'è piccolo il mondo, com'è strana la vita, finirò col conoscere personalmente anche il suo successore verso il quale ormai, parlo anche per voi, abbiamo perso ogni diffidenza. Da quando è arrivato, come ci aspettavamo, il cabaret è cambiato. Non vogliamo fare paragoni, non c'è meglio, non c'è peggio: c'è qualcosa di nuovo, com'è giusto che sia. Uno, penso io, che ha avuto il coraggio di trovare una propria dimensione all'interno di un gruppo già rodato, occupandosi, più che di sostituire, di prendere in consegna: un ruolo, una voce, uno spirito ...un movimento di bacino.
Sono passati quasi sette anni dall'ultima volta che siete andati in scena. E molti di più dalla prima. Ma la vostra genialità è che rimanete sempre attuali, freschi e brillanti. Hanno, avete, voluto farci credere che il Cabaret non esistesse più. La verità è che non è vero e noi lo abbiamo sempre saputo, perché il Cabaret non si può cancellare, così, come fosse una rigaccia a matita. La verità è che una cosa che non esiste più non può riempire il Salone Olimpia, non lo può far piangere dal ridere (batterista compreso), non può scovare, tra simpatici vecchini dell'ATTE, anche volti giovani, non unisce generazioni. Una cosa che non esiste più non fa recitare a memoria tutte le battute al proprio produttore. Una cosa che non esiste più, cari miei, non sta in piedi anche dopo un colpo basso dalla sorte. Una cosa che non esiste più, non fa di tutto per portare uno spettacolo di qualità, pur dovendo subire l'assenza di un Piccolo ma grande elemento. Una cosa che non esiste più, cari miei, queste cose non le fa. Non ne fa nemmeno una.
Come dicevo prima, noi abbiamo sempre saputo che, da qualche parte qui intorno, c'eravate ancora. Abbiamo sempre sperato in un ritorno di fuoco, ma dopo tutto questo tempo, quasi avevamo perso la speranza. Del vostro ritorno ho ancora qualche fotografia che, probabilmente, posterò in un prossimo post, accompagnato da un paio di video che mancano alla carrellata qui sotto (il gran finale, non perdetevelo!!). Si tratta di un piccolo regalo che ho voluto farvi, farci e farmi. Siamo noi (1992 - 1987 -1985, registrati nel 1994), i soliti tre che, grazie alla tecnologia moderna, finalmente, riusciamo ad incontrarvi sul palco. Noi ci abbiamo messo tutto quello che potevamo e speriamo che possa essere un piccolo incentivo a farvi tornare in scena per dare un futuro al Cabaret che tanto ci manca, per far riaccendere l'amore per il teatro, la canzone e la creatività nei ticinesini dei giorni nostri, che non hanno avuto il privilegio di sapere che la realtà col Cabaret è più bella. Questa è l'unica cartuccia per convincervi che posso sparare.
Nümm emm cambià nagott (e la nostra versione arriva, promesso) per pudè cuntinuà cul vost.. e nostar Cabaret. Grazie, mitici.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un'altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama "maturità"; quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama "stare in pace con se stessi".
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama "sincerità".
Sono incazzata come una iena. O forse mi converrebbe evitare similitudini, se non voglio farmi impallettare da qualche testa calda. Come da titolo, la notizia giunge oggi candida e leggera, con due giorni di ritardo. Mentre ieri, intorno alla tavolata con la (mia) torta e le (mie) candeline da spegnere, ancora discutevamo animatamente sulle sorti di un orso già bello che imbalsamato e promesso al museo di Coira, insieme a JJ3. Discussione che ha coinvolto per tutto il soggiorno del plantigrado - una delle poche parole corrette con cui la stampa impegnata ama riferirsi a questo animale, nemmeno fosse una parolaccia - grandi e piccini. Ieri, a casa mia, dai 20 agli 87: tutti d'accordo. Ma procediamo con ordine.
Per poterci permettere - sì, anche noi, mica solo loro - di utilizzare con ostentata nonchalance questo bel parolone occorre impararne il significato.Vi stupirò: plantigrado non è un insulto. Plantigrado, e cito la Treccani senza averla imparata a memoria, si dice di quei Mammiferi che, come gli Ursidi e i Primati, Uomo compreso, nel camminare poggiano a terra tutta la pianta del piede [...]. Che storia, colpo di scena, effetti speciali: uomo compreso.
Oggi a mezzogiorno mi sono letta, con sommo entusiasmo della mia commensale, che ascoltava citazioni e commenti, Strategia Orso, Piano di gestione dell'orso bruno in Svizzera. Le prime tre righe sembravano addirittura promettere bene, si parte infatti con un incoraggiante: "L’orso è stato dichiarato specie protetta dalla legislazione nazionale nel 1962. Dalla ratifica della Convenzione di Berna nel 1979, la Svizzera sostiene anche gli sforzi internazionali volti alla protezione di questo animale." ma, proseguendo, la faccenda si fa sempre più interessante e meno chiara. Abbiamo le definizioni dei tre tipi di orso: quello discreto, quello problematico ed infine quello pericoloso, seguite dai metodi di gestione di ogni categoria, con tanto di schemino e freccette. Sappiamo tutti che finché non si modificherà l'articolo riguardante l'orso e i grandi predatori in genere, in Svizzera, raggiunto un certo livello di pericolosità (espressione a cavalcioni tra il poco chiaro e il ridicolo: neanche i predatori possono più fare il loro mestiere!) la vita di questi maestosi animali sarà in pericolo. Tuttavia, nella legge attuale, mi sembra si potesse barcamenarsi ancora un po' (tanto) prima di passare alle armi. Diamo un occhio alle classi sopracitate (ve l'ho scritto in helvetica, pooosesumsimpatica!):
Orso discreto
Definizione: l’orso può vivere senza farsi notare anche nelle regioni abitate dall’uomo, se trova cibo e possibilità di rifugio sufficienti. In questi casi, gli incontri con l’uomo sono rari. In certe situazioni, ad esempio se l’uomo sorprende un orso a breve distanza o un’orsa con i suoi piccoli, questi incontri possono tuttavia indurre l’animale a reagire in modo aggressivo. Questa reazione aggressiva fa parte del «repertorio comportamentale naturale» e non va quindi considerata anormale, fintanto che l’uomo non è ferito o addirittura ucciso dall’orso.
Principi di gestione: nelle regioni in cui vivono orsi discreti, la Confederazione avvia, d’intesa con gli interessati, progetti regionali di prevenzione dei danni e li sostiene finanziariamente per almeno tre anni. Assieme ai Cantoni, ai Comuni e alle organizzazioni turistiche, la Confederazione informa inoltre la popolazione e i turisti su «come» convivere pacificamente con l’orso. I Cantoni provvedono affinché non venga dato regolarmente da mangiare agli orsi, ad esempio come attrazione turistica nei pressi degli alberghi, e controllano il foraggiamento della selvaggina nelle regioni in cui è presente l’orso. I Cantoni effettuano un costante monitoraggio del numero degli orsi e, in particolare, forniscono informazioni in merito all’eventuale presenza sul territorio di orse in compagnia dei loro piccoli, che possono più facilmente entrare in conflitto con l’uomo
Orso problematico
Definizione: gli orsi sono animali con una grandissima capacità di apprendimento. Nel paesaggio rurale, i grandi onnivori imparano rapidamente a sfruttare le molteplici fonti di nutrimento nei pressi degli insediamenti umani. Alcuni possono ad esempio imparare a cercare soltanto (?) cibo vicino alle zone abitate, causando così regolarmente danni materiali, sbranando animali da reddito o facendo razzia di alveari e frutteti. Gli incontri con l’uomo diventano in tal modo più frequenti: l’orso impara che l’uomo non rappresenta un pericolo e il superamento della paura è premiato con un cibo eccellente. Sempre più spesso, questi orsi si avvicinano all’uomo o agli insediamenti e ai casali, irrompendo nei pollai e nelle conigliere o cibandosi dai letamai e dai mucchi di compost, ad esempio. Si creano così frequenti situazioni potenzialmente pericolose per l’uomo. L’orso può iniziare a comportarsi in modo aggressivo con le persone, pur non ferendole. Un orso di questo tipo è considerato un orso problematico.
Principi di gestione: in presenza di orsi problematici che causano regolarmente danni materiali, l’UFAM e il Cantone avviano un progetto regionale di prevenzione dei danni che offra misure di protezione ai diretti interessati. Questo progetto è elaborato assieme agli interessati della regione. Se i danni si verificano ripetutamente nello stesso luogo, nei pressi degli insediamenti o malgrado le misure di prevenzione dei danni, bisogna pensare ad azioni di dissuasione. Se l’orso entra addirittura negli insediamenti, viene catturato, munito di una radiotrasmittente e quindi dissuaso a più riprese in modo sistematico e coerente.
Orso pericoloso
Definizione: un orso è considerato pericoloso se, malgrado ripetute azioni di dissuasione, non si lascia intimorire dall’uomo o ha attaccato una persona in modo aggressivo, ferendola o addirittura uccidendola.
Principio di gestione: non appena un orso è classificato come pericoloso, è eliminato mediante abbattimento.La cattura e il trasferimento in un recinto o altrove non sono opzioni accettabili. (?)
Qualche domanda random, almeno a me, sorge spontanea. Come mai se l'uomo sorprende un orso discreto e questo reagisce in modo aggressivo, pur senza uccidere o ferire, questo comportamento rientra nel repertorio comportamentale naturale dell'animale, mentre per le altre categorie risulta un problema? Tra l'abbattimento dell'ultimo orso e oggi, quanti reali progetti regionali di prevenzione sono stati attivati e portati avanti? Perché non vengono messe in pratica alcune semplici regole (come per esempio contenitori per i rifiuti a prova di orso e affini, già in uso altrove) dai comuni e dagli altri plantigradi (tanto per creare un po' di confusione, sempre sullo stile del giornalismo di punta di questi giorni)? Se l'orso problematico ha questa "grandissima capacità di apprendimento", perché non sfruttarla anche per fargli capire di starci al largo? Che vuol dire "cercare soltanto cibo"? Ci manca solo che si mettano a prosciugarci il conto in banca o a rubarci i mariti. Questa è cultura generale, ma lo sapete che l'orso va a rompere le arnie per le larve e non per il miele? Quando sono iniziate, finite le "azioni di dissuasione"? e quelle "ripetute"? "Sistematiche"? "Coerenti"? Ok i pallettoni, ma ci sarà pure qualche altra trovata? Perché la cattura e il trasferimento in un recinto o altrove non sono opzioni accettabili? Quand'è che M13 è stato promosso nelle varie categorie? Io l'avrei promosso a "orso poliziotto" - così magari lo ribattezzavamo Tequila o Rex, dopo il ritrovamento del cadavere (vittima di omicidio) a Spiss.
La faccenda orso ha sollevato un gran polverone. A buona ragione, proponendo soluzioni mirate e con critiche costruttive che speriamo muovano qualcosa, ma anche con commenti fuori luogo e di una buona bassezza. La cosa buona, divertente o spaventosa (a voi l'ardua sentenza) è che per i diritti dell'orso saltano in piedi tutti, mentre per quelli dell'uomo (prima che mi saltiate addosso accusandomi di incoerenza, non mi riferisco a quelli "minacciati" dai grandi predatori) ancora ci si abbassa con tranquillità. Che senso ha? Se ne escono anche i politici, fortemente scossi. Pierre Rusconi, già presidente cantonale dell'UDC: "Abbattuto M13. Siamo un paese di merda! Mi vergogno della Svizzera! [..]". Forse qualcuno, provoco, dovrebbe dirgli che l'orso era frontaliere.
Per quanto mi riguarda, la penso come Massimiliano Rocco, responsabile specie, TRAFFIC e Foreste del WWF Italia: "M13 non era un orso problematico, nei mesi scorsi ha solamente mostrato un atteggiamento confidente che non giustifica minimamente l'applicazione della norma, prevista dal Piano di azione svizzero, dietro cui si nascondono le autorità elvetiche. Così si rischia di spazzare via i pochi anni di sforzi di conservazione messi in piedi dall'Unione europea e dagli enti italiani per mantenere nelle Alpi un gioiello prezioso come l'orso."
Per intanto mi fermo qui; M13, che bel nome, adesso me lo immagino brillare nell'ammasso globulare di Ercole, suo omonimo. Ciao plantigrado.
E da dieci anni scopro un po' chi sei: un giorno tre passi avanti, un altro due indietro. Sei fuggito dal televisore di un Capodanno qualsiasi, tra un concerto, un Herr Schneider e un inciampo nel tappeto a forma di tigre. Fuggito e presentato in un colpo solo. Dieci anni non bastano a cancellare il tuo sorriso disarmante; ogni volta che ti si vede in giro, si arrampica sulle nostre facce ed è finita. Ciao G, da queste parti espressioni, voce e parole, le tue, non andranno perse.
Di seguito una magra scelta di quel G che ho conosciuto io: Il signor G con Mina, geniale. I soli: la solitudine non è malinconia, un uomo solo è sempre in buona compagnia. Destra sinistra: la so ancora a memoria e forse adesso ho capito che non si riferiva alla mano con la quale si scrive, mi vantavo di essere destra. Quando sarò capace di amare: una delle più belle canzoni d'amore di sempre. E per finire, un estratto da Konfederatti, spettacolo del Cabaret della Svizzera italiana, perché è proprio così: ma manca al Gaber.
E la pace verrà, sulle nostre due singole guerre, non è stato esattamente un augurio proficuo, per cui direi che la smetto. Con oggi, finalmente si chiude la carrellata di porticine 2012. Completa, anche se ho un po' barato: inizialmente, infatti, le foto venivano scattate il giorno della rispettiva porticina (e avrebbero anche dovuto essere pubblicate il giorno stesso). Purtroppo, per mancanza di mezzi adatti, quest'anno non è stato possibile farlo sempre. Non so se riapriranno mai, avrò tempo poco meno di un anno per pensarci. Forse è ora di inventarsi qualcosa di nuovo, forse no, vedremo. Intanto vi ringrazio per averle accolte con l'entusiasmo di sempre. Grazie a chi ha preso parte di persona agli scatti; senza di voi e il vostro contributo, non solo il calendario di dicembre sarebbe più povero. Grazie agli sguardi nuovi - so, con piacere, che ce n'è qualcuno - che hanno voluto curiosare qui intorno, spero che le famose porticine a vento abbiano portato una ventata di colore sulla vostra attesa del Natale e che vorrete tornare. La premessa iniziale è stata quella di "smettere di aspettare qualcosa". Ce l'avete fatta? Ce l'abbiamo fatta? Forse sì, forse no. Ciò che importa è che, finalmente, il compleanno del marmocchio è passato e adesso, ancora per qualche ora, faccio come fa il Pi; chiudo gli occhi e ciao. Lui è uno di quelli che non ha smesso di aspettare, ma mi ha confidato che, in fondo, avere qualcuno da aspettare non è poi così male, quando sai che arriverà. A presto.
« Se si vuole conoscere un uomo a fondo, bisogna dapprima leggere quello che scrive, poi sorvegliare come si comporta quando mangia e quando gioca, infine bisogna vedere il suo cane. Il cane d'un uomo parla per lui. Se poi vi dirà che non ha cani e magari li detesta, allora lo avrete definito. »