e quante lacrime poche troppe lacrime. E una mano,
mano tesa
ma no.
travolti stravolti risvolti coinvolti coi volti nei volti a volte volteggi te voli alto assalto saxalto salto su su sul sul momento tormento strumento non mento non menti venti senti senti sentieri eri eri eri se ieri oggi domani anche domani ance domani do mani ricevo mani ma sì ma ma ma spero ero ero ero sarò farò luce c'è fa fa fa diesis sol diesis solo mai più solo solo sole so so so sogno di di dimmi diminuito ito dritto dritto al punto punto vita vita vita .
Wage peace with your breath. Breathe in firemen and rubble, breathe out whole buildings and flocks of redwing blackbirds. Breathe in terrorists and breathe out sleeping children and freshly mown fields. Breath in confusion and breathe out maple trees. Breathe in the fallen and breathe out lifelong friendships intact. Wage peace with your listening: hearing sirens, pray loud. Remember your tools: flower seeds,clothes pins,clean rivers. Make soup. Play music,learn the word for thank you in three languages. Learn to knit and make a hat. Think of chaos as dancing raspberries, imagine grief as the outbreath of beauty or the gesture of fish. Swim for the other side. Wage peace. Never has the world seemed so fresh and precious. Have a cup of tea and rejoice. Act as if armistice has already arrived. Don't wait another minute.
Equilibrio è il titolo della mia fotografia che partecipa al concorso "Giovani Scatti Belli", aperto alle fotografie di giovani provenienti dal bellinzonese. Queste fotografie hanno come tema i giovani e il loro modo di vedersi. Una cosa da dire è che le votazioni si concluderanno il trentuno aprile, ragion per cui, noi non potevamo mancare. Equilibrioha bisogno del vostro aiuto per scalare la classifica! Bastano davvero pochi Click! GRAZIE DI CUORE!
All'alba del giorno dopo. L'alba del
giorno dopo, pare accendere un po' di più Lucerna. Il lago dei
quattro cantoni brilla di una luce nuova, mentre il traffico del
mattino scorre. Sto andando a prendere il treno per tornare a casa e, dirigendomi verso la stazione, - ormai di nuovo padrona della sua vita
e dei suoi binari - guardo l'imponente stabile che contiene una
delle sale da concerto più famose d'Europa. La sala grande del KKL è
un'enorme imbarcazione bianca, attraccata sotto a un cielo stellato.
Sul ponte, a volte, compare qualcuno. Ieri sera quel qualcuno ha
fatto salpare la nave, in un viaggio di stanze. E nel viaggio, com'è
giusto che sia, ha accorciato le distanze. Sul ponte della nostra
nave non c'era Novecento ma, per quel che mi riguarda, se Novecento
avesse un volto, assomiglierebbe certamente a quello di Ezio e così
il suo sorriso.
È inutile nascondercelo. Qualcuno
si è alzato ed è tornato a casa su qualche piccola scialuppa.
Qualcuno ha passato la serata, sfuggendo alle riprese provenienti dal
palco, a chiedere di tornare indietro, a navigare in un altro senso, attaccato a un telefono che
non sappiamo più spegnere. Vi dirò, credo di poterlo capire, anche
se personalmente non appartengo al partito di chi abbandona una nave,
soprattutto se non sta affondando, ma prendendo il volo, come in
questo caso. Chi è rimasto ha vissuto qualcosa di forte. . Che
sarebbe più facile spiegarlo con un Cage-iano, lungo, silenzio,
com'è andata, condito con una specie di sorriso. Perché riassumere
quello che è successo in quasi tre ore – tre – di concerto, di
scambio, di navigazione, è difficile. Davvero difficile. Perché le
parole immiseriscono e trovare una risposta adeguata a quel
“com'era?” che ti aspetta a casa è forse impossibile.
È
andata che questo tizio vestito di nero, ha snocciolato aneddoti,
riflessioni, racconti, umanità, musica, seduto davanti al suo
pianoforte, al suo fratello, al suo salvagente - se vogliamo
continuare con le metafore navali. È andata, che abbiamo incontrato
Chopin e Bach (der alte Mann) fusi (guardate poi voi in che senso),
Cage (e mi verrebbe da dire, tanto Cage, che forse – mi permetto -
è partito tutto da lui, da quel primo “Bravo”), Emily Dickinson.
Scriviamo e riceviamo cartoline da lontano. E, nella seconda parte,
veniamo travolti dalla Sonata numero 1 in sol minore, che un po' ti
tira sotto, un po' ti riaccompagna a riva: è sua, immensamente sua, ed improvvisamente nostra, per tutti i più o meno quarantacinque minuti che la compongono, che
però scivolano via svelti. C'è che se guardi, se ti ostini a
guardare, ti viene presto il mal di mare, ma se chiudi gli occhi, se
riesci a chiudere gli occhi e a rimanere lì, a non cedere, vieni
cullato dal suono delle onde e sei, finalmente, libero – libero -
di immaginarti un orizzonte nuovo, per te, per gli altri.
“loro sono 88, tu sei infinito” scriveva Baricco tra le pagine del suo monologo teatrale. “Loro sono 88, tu sei infinito” diceva Novecento a Max Tooney, spiegandogli perché lui non sarebbe sceso dalla nave. “Loro sono 88, tu sei infinito” dico anche io, a quest'uomo, pianista, compositore, direttore. Loro sono 88, tu sei infinito, Ezio: and it's never – never - over.
I. Adagio doloroso, verso il brio, con furore, Adagio. (Entering the rooms)
II. Trio: Sospeso, Dolcemente, con moto, agitato. (Fidding the rooms, Imaginary room mates)
III. Finale: Allegro molto, calmo, presto, come una danza (the 12th Room)
Era settembre 2012, quando SpazioReale ha aperto le sue porte per la prima volta, per mostrarci delle fotografie custodite nelle sale dell'antico convento di Monte Carasso. Erano quelle deIl resto della vita, di Gianluca Grossi. Da allora sono passati più o meno (meno) cinque anni, nei quali abbiamo avuto modo di visionare un gran numero di fotografie, ricambiare diversi sguardi (o seguirne la direzione), incontrare persone, professionisti della fotografia vicini e lontani, cittadini del mondo, vicini di casa o entrambe le cose. SpazioReale riapre e, dopo aver mancato le vie parallele, ho colto l'invito a visitare quest'ultima mostra (ultima solo per ora, si intende). Machevelodicoafare, non ho potuto fare a meno di tirare fuori la macchina dalla borsa; chissà, forse è proprio lo Spazio a suggerirlo. Insomma, qui trovate qualche immagine di questo luogo e delle fotografie scattate da Gianluca Grossi, le quali saranno visibili fino all'undici giugno. Le pagine dei taccuini che vedete appese, sono a loro volta scritte dalla penna del reporter. Sono lì, appese, sospese.
Anche questa volta sono e siamo stati dentro e fuori il Convento e, forse, una volta dentro, non ci siamo nemmeno fermati lì. Siamo partiti e tornati, un po' cambiati, o magari più fermamente attaccati, rimasti saldi all'idea di non cedere all'urto dell'ignoranza. Di resistere. Resistenze fa pubblicità alla vita. Senza nessun aggettivo possessivo (o con tutti quelli possibili). Io ve lo dico, passate di lì, se avete tempo. Guardate le fotografie. E, magari, poi, una volta a casa, riascoltatevi Jannacci.