giovedì 15 febbraio 2018

BRINDISI

Ho alzato un calice colmo
degli unici diamanti
- così le chiama mio fratello -
dai quali ancora nasce qualcosa,
per un brindisi solitario
nel cuore calmo del tuo giardino:
alla malinconia pesante,
che mi assale in questo luogo,
di cura, silenzio, pace.

E oggi
da quella tua nuvola colorata,
mentre il brutto tempo si avvicina, 
chissà cosa penserai di tutto questo;
da quella tua nuvola colorata,
mentre il bel tempo sperato
tarda ad arrivare (ma arriva),
chissà cosa dirai di tutto questo.

Mi piacerà sempre essere nata
il giorno dopo il tuo.




venerdì 29 dicembre 2017

angelo della neve

Mi chiamo Angelo. Ogni giorno osservo dalla finestra del mio appartamento la strada, la vita. La mia vista non è più quella di una volta, ma il bianco abbagliante della neve riflette il sole fin quassù. A volte, quando le mie gambe me lo permettono, esco. Per le mie scarpe, la strada è sempre più impervia, il gradino più alto, il buco più profondo. Il ghiaccio è scivoloso. Molto scivoloso. Molto pericoloso. Ha nevicato a Bellinzona, la città in cui abito,  ha nevicato sui marciapiedi, qualche giorno fa, anche sulle poche strade che percorro. La neve non mi fa paura, io la conosco: da qualche anno, nevica sui miei pensieri, sui miei capelli, nelle mie orecchie: ci sento poco, ma sul mio cuore buono non attecchisce nemmeno un fiocco. Oggi era un buon giorno, ho infilato il berretto. Ho trovato un piccone e una pala e li ho trascinati, come due stampelle, lungo il piazzale, lungo il marciapiede, lungo la strada, fino alla fermata. Lì, mi sono riposato un attimo e poi mi sono messo a lavorare. Movimenti calmi, lenti, inesorabili. Il ghiaccio respingeva i miei flebili colpi, ma nulla ha potuto contro la calda forza del mio cuore. È arrivata una ragazza. Non so chi sia, ma conosco il suo cane, non sento cosa dice, ma le offro un sorriso di pochi denti: ha impugnato la pala. Ci abbiamo messo poco, insieme, a liberare un passaggio sufficientemente grande. Per le persone anziane che faticano ad alzare i piedi. Per la signora imbellettata, il cui sguardo malizioso e divertito, più che infastidirmi, mi ha spronato.Per le mamme con i passeggini. Per chiunque voglia partire per un viaggio, proprio da qui. Così, dalla mia finestra, potrò immaginare, le storie, le avventure, gli orizzonti di queste partenze. Anche per i cani, se volessero salire sull'autopostale. Questo cane mi sta simpatico. A volte, quando mi ricordo dove abita, passo a trovarlo. A volte finisco lì per caso, allora lo saluto. Se quel giorno piove, non importa: l'acqua dipana i miei pensieri, scioglie i fiocchi. Finito il lavoro, ho trascinato gli attrezzi fino a casa, a piccoli passi.  Domani magari scenderò di nuovo, potrei liberare la fermata di ritorno. Mi chiamo Angelo. Ogni giorno osservo la strada, la vita; mi scalda il cuore.




giovedì 21 dicembre 2017

grace kelly avvelenata

Avete capito bene, sto proprio per infilare uno dei pilastri del cantautorato italiano nello stesso post di una stella del pop mondiale. I coraggiosi, dopo aver preso coscienza di questo fatto, possono continuare a leggere. Inizio dal primo, che è forse anche quello che conosco meglio. Inizio dal primo, che quante volte avrei voluto averle scritte io le sue canzoni. E che quante volte l'abbiamo, l'ho sentita così nostra, mia, calzante la sua canzone più sfacciata: ha più di quarant'anni, ma è sempre così maledettamente attuale. Ho rimesso nello stereo della macchina uno dei suoi cd, una raccolta dei successi. Non guido volentieri, ma quando dalle casse esce la voce di Francesco, potrei fare il giro del mondo (quasi). Di quell'altro, alto, bello, sorridente, se ne sentiva parlare da un po', ma personalmente non ci avevo mai fatto troppo caso, come quando la mia compagna di banco delle elementari insisteva per farmi ascoltare rosso relativo ed io non ci sentivo per partito preso (già allora). Ultimamente ho trovato il tempo per fermarmi ad ascoltare; ma mika solo ascoltare, anche leggere, guardare e sentire. Perché come dice il mio nuovo (traparentesistrepitoso) insegnante, le cose non si fanno, si sentono. E con questo giovanotto ci sentono in tanti, fortunatamente non solo per il suo sorriso - che su di me sortisce la stessa simpatia immediata di quello di Gaber - e per la sua musica, ma anche, pian piano, per gli occhi che nascondono una storia non sempre facile, di difficoltà, discriminazioni, viaggi, conoscenza, studio (anche sulla cultura italiana), che l'hanno portato finalmente lì dove merita di essere. Ho tirato fuori due canzoni, quelle del titolo, perché, sempre più mi sembrano avvicinarsi e mescolarsi. Sempre più mi sembrano l'unica, ironica, severa, giusta risposta a chi ancora non perde l'occasione per stare zitto. Le cose si sentono. Grazie Francesco, grazie Mika, anche stasera andiamo avanti.

L'avvelenata di Michael Holbrook Penniman Jr. è Grace Kelly. Questa canzone esce nel 2007 ed è contenuta nell'album Life in cartoon motion insieme ad un altro famosissimo singolo, take it easy. Questo album catapulta il cantante alla vetta delle classifiche, da lui cavalcate con maestria ormai da più o meno dieci anni. Grace Kelly è il brano ironico-incazzato di Mika, la sua risposta alle case discografiche (inviata veramente per e-mail), le quali volevano accettarne la musica solo a patto di poterne condizionare l'interpretazione, lo stile, la direzione. Alle orecchie più attente, la melodia di questa canzone, come pure il senso, potrà ricordare e richiamare quella di Largo al factotum di Rossiniana memoria.


L'avvelenata, storico brano incazzato di Francesco Guccini (*1940), vede la luce nel 1974. Il brano doveva inizialmente essere eseguito solamente live, ma a causa del suo immediato successo finì col venir inciso nel 1976 sull'album via Paolo Fabbri 43. Si tratta di una canzone-risposta al periodo storico (mai finito), il quale prevedeva che i cantautori ed i musicisti si esibissero a buonissimo prezzo, se non gratuitamente e che vedeva chiunque spiegare a Guccini stesso come comportarsi. A scatenare la nascita della canzone è però la classica "goccia che fa traboccare il vaso". La goccia, in questo caso, è la recensione negativa scritta dal giornalista Riccardo Bertoncelli (citato nella canzone) apparsa sulla rivista Gong. Oggi, mentre Guccini ormai si è ritirato dalla scena, via Paolo Fabbri 43 è reputato uno dei dischi italiani più belli in assoluto.

                                      


domenica 10 dicembre 2017

scusi

andarsene, per la seconda scelta, per la calma, la pace, il silenzio, per ricominciare da capo (sempre così) o rimanere, con i piedi ben saldi e il sedere altrettanto, per rivendicare il sacrosanto diritto di scegliersi un posto, un cane, un cuore, un libro, un lavoro (è un lavoro, certamente) o un cavolo di sedile su un treno in corsa, senza essere disturbati da queste voci che si sovrastano - che ripeto, ripeto e ripeto, quasi sempre la dinamica è inversamente proporzionale alla profondità del discorso - o dal baccano degli alberi che cadono. Scusi. Scusi. Scusi. Vi scuso. Buongiorno. Ma senta, buongiorno un... cane, un cane, bernese, al quale mandi i tuoi baci da paradiso, maiuscolo, fino a Melide.



lunedì 27 novembre 2017

invisibili


Invisibili:
i tuoi pensieri, i miei sentieri,
il bianco del foglio che hai colorato,
invisibile il tuo passato, il mio futuro,
invisibile il muro, che ci separa.

Invisibile il dolore,
l'odore, il respiro del mio cane addormentato,
anche il palato, se non apri bocca,
invisibile il fondo della brocca - col vino,
invisibile il destino.

Invisibili:
le tue impronte, quando non c'è la neve,
questa vicinanza lieve, 
invisibile il passo di danza che devi ancora fare,
invisibili il deserto e il mare - da qui.

Invisibile il sogno che hai sognato,
se non me lo racconti o un fiato, in estate.
Invisibile la cascata prima di lanciarsi,
tutto l'allenarsi quando hai perso,
o già vinto da un po'.

Invisibili:
come una canzone, una melodia che ronza in testa,
come chi riordina - i piatti, i bicchieri,
i cuori e i pensieri -
con pazienza, dopo una festa.

Invisibile il bene che hai fatto,
il dentro, il dietro, il sotto,
tutto quello che hai rotto o senza saperlo riparato.
È invisibile il piede nella scarpa,
il sorriso che affondi nella sciarpa.

Invisibili:
il cuore, l'amore, il tempo, la musica;
la presenza, l'importanza, la complicità,
la grandezza di quel che non si riesce a guardare,
 di tutto questo sentire, esserci, essere.



Grazie, C.

giovedì 2 novembre 2017

messo in tasca

C'è un pubblico eterogeneo, mezzo giallo, mezzo verde, che va dal bambino di dodici anni con i suoi due bicchieri di acqua minerale, alla signora col bastone. Parte da prima di Sanremo, poi ci passa, per la maggior parte di noi, a raccogliere i grandi numeri, raggiunge i talent, salta dal "peròèpropriounbelragazzo" al "machevoce". C'è, ma la mettiamo via, nel senso che ce la dimentichiamo, una regia del suono dai risultati piuttosto scadenti, ché almeno la metà della prima strofa di ogni canzone accompagnata dalla band occorre immaginarsela, seguendo il labiale. C'è, concedetemelo, un live forse un po' acerbo per il mondo, ma che ha innegabilmente del buono. C'è, e lo mettiamo in tasca, sotto al fazzoletto, così da non farlo cascare fuori, l'apice della serata, che va cercato sicuramente nel momento percosìdire acustico. Mettiamo in tasca una gran voce, una buona estensione e delle potenzialità - dico potenzialità perché sembra che le promesse siano troppo fragili. Mettiamo in tasca, questa senza esitare, una tanto (tanto) azzardata quanto (tanto) azzeccata Hallelujah di Coehn: che le cicatrici assomigliano un po' alle crepe che lasciano entrare la luce. Chiudiamo la zip, con un movimento lesto, per non far entrare chi, sotto il palco, con la più buona intenzione, ma la peggio(re) intonazione, si arrampica su questo momento topico capito(mbo)lando con il proprio contributo. Portiamo via l'arrangiamento di vietato morire in abito buono e qualche piccolo dubbio verso una band di fratelli, certamente valida, ma con un guardaroba (metaforico) ancora da aprire e mostrare. In tasca abbiamo messo - tasche grosse le nostre, certo - qualche chicca, qualche testo gentile, sognante, delicato. Abbiamo messo via questa voglia di dire, fare, dare, vivere il bene, il buono delle cose, il bello della vita, anche quando il mazzo dà picche. Abbiamo messo via il male, da non giustificare, da usare come trampolino di lancio, per brillare un po' di più. Abbiamo messo via un ponte, che unisce, sorride storto e di sincera umiltà, e che, certamente, farà ancora un po' di strada. Abbiamo cercato di mettere tutto questo nella tasca destra in alto, ma oggi, appena svegli, qualcosina l'abbiamo spostato, nella tasca di un qualunque mattino, che è poi di un'altra penna, un altro ponte, da questa all'altra parte del mare. Avanti tutta, Ermal. Ciao, Gianmaria.